LORIS E ARMANDO

 

 

 Dalle colline di Alba si intravedeva l’orizzonte di libertà a cui tendevamo. Io, Loris, ed il mio amico Armando, eravamo due ragazzi. Avevamo diciassette anni, sguardi assetati di vita, una salute di ferro e l’incoscienza che regnava su tutto.

La nostra fuga la progettammo nel cortile e nelle austere stanze del Liceo “Govone” che era ancora autunno. Il grigiore invernale rendeva ancora più pesanti ed uggiose le lezioni di matematica e latino. Non si faceva altro che studiare ed eseguire ordini. Io invece volevo capire chi ero e cosa volevo, e poi cominciava a spuntarmi anche la barba. «Loris! Svegliati! Che stai facendo della tua vita?», dicevo dentro di me.

Armando, il mio compagno di banco, era il mio modello, il mio punto di riferimento. Io ero molto diverso da lui: mingherlino, con gli occhi chiari, la faccetta del bravo ragazzo che non lascia presagire o intravedere sorprese. Armando era scuro di carnagione, castano di capelli e con gli occhi nocciola. Era già tutto sviluppato, alto e muscoloso, e le ragazzine gli morivano dietro. Anche Carlotta, benché dicesse di avere una specie di fidanzato… Forse il merito era dei suoi occhi scuri ed intelligentissimi, ma di un’intelligenza tutta sua, che non era propriamente scolastica. Occhi anche molto molto furbi.

Il pomeriggio qualche volta andavamo a pescare al Tanaro, oppure facevamo il bagno, insieme a qualche bagnante abitudinario. Avevamo smesso la divisa degli scolaretti allineati, e le nostre compagne i grembiuli che ne mortificavano la femminilità. Ma non bastava certo l’aver tolto la divisa a far sbollire il sangue che al contrario ci pulsava nelle vene con veemenza. Così, quella cosa detta per gioco un giorno nel cortile e negli austeri corridoi del “Govone” ad un tratto si materializzò. «Uno di questi giorni facciamo un bel viaggio lontano da casa”. E noi prendemmo il largo…

Non vi racconto la disperazione di mia madre e le cinghiate di mio padre. Il perdono arrivò, dopo, ma dovetti spaccarmi la schiena a recuperare tutte le materie che avevo lasciato indietro. E comunque dopo mi fu tributata una considerazione diversa da parte di entrambi i miei genitori. Ero cresciuto, e forse loro prima non se ne erano accorti.

Armando, invece, fu accolto in casa come un uomo ormai fatto, anche se non mancarono rimproveri anche per lui.

Ma quello che mi rimase dentro di quell’esperienza era la forza incredibile che ci aveva dato e che nessuno poteva più toglierci. La fiducia che qualsiasi cosa può essere superata con la volontà e con la lotta. Il sapore di quell’amicizia che, anche se sono passati tanti anni, non dimenticherò mai.

Come non dimenticherò mai quella primavera del 1976.

 

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